Bideo Vlogger

Sarà spirito di emulazione o presunzione, ma il seguire certi YouTuber è stata una forza motivatrice a cimentarmi in qualcosa di nuovo, ma vecchio.

Io e le telecamere abbiamo sempre avuto un rapporto di amicizia potenzialmente tramutabile in amore, un amore mai sbocciato perché ci piaciamo così, insicuri di quello che può essere il nostro rapporto, ma già qualitativamente superiore al mio rapporto con le fotocamere. O diciamo semplicemente foto, dato che ormai filmati e immagini si catturano benissimo anche con lo stesso mezzo.

Il mio talento è riuscire a sembrare una persona diversa in ogni foto. L’arte della poca fotogenicità è l’unica da non coltivare. Più “soddisfacenti”, invece, sembra siano i risultati con cui compaio in video.
Ma al di là del soggetto, gioco sulle tecniche e le idee, sulla capacità di improvvisare facendo sembrare il tutto programmato.

Conto sulle piccole grandi esperienze di ogni giorno, così facili da catturare, così difficili da raccontare.

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Cogliere la palla al balzo

C’è poco da fare, viviamo tutti sulla scia di momenti positivi o meno. Ma sono appunto dei momenti. Fugaci sensazioni facilmente distraibili.

Prendete una battuta. La più bella e geniale del mondo.
-Puoi farla inerente al momento in cui si discute di qualcosa;
-Puoi farla una volta finito quel certo discorso.

In quale caso avrà più successo?

Non c’è niente di più “ispirativo” (come si dice, in Italiano, inspirational?) della quotidianità. Ma se la routine è incalzante, la luce dell’inventiva potrebbe non solo sfocarsi, ma proprio spegnersi, perché forse perdiamo l’abitudine di inventare.
Non puoi metterti a registrare canzoncine balenate in mente o metterti a scrivere aforismi o racconti mentre le tue mani sono impegnate in qualcosa di estremamente vitale. E sembrerà esagerato, ma si potrebbe rimpiangere un’occasione persa per sempre.

L’ho presa un po’ alla larga e, di sicuro, parlo di qualcosa di estremamente scontato. Ma quando si parla di “creatività” con le dovute virgolette o “ispirazione”, con virgolette ancora più calzate, avere un mezzo a disposizione è la chiave per non lasciare che quell’intuizione non rimbalzi da una parte all’altra del cervello. All’infinito. Sfocandosi come una stella che sembra piccolissima, da lontanissimo, e sopraffatta già dai primi bagliori del giorno.
Una frase, o meglio, quanto le sta dietro, è più ricco e facilmente evocabile di una fotografia. Un momento dove, selfie a parte, puoi venire ad occhi chiusi perché non sei tu a scattartela. Lasci praticamente decidere a qualcun altro quando immortalarti ed il pensiero, molto più personale della posa, lo affidi a chi ti regge la fotocamera.

Vengo benissimo nelle foto in cui non sono presente

Questa idea mi è particolarmente cara e mi sono appena reso conto di averla già spiegata altrove.
Essere “ripetitivo” un po’ mi spaventa ma sono almeno sicuro di avere un mio modo di fare abbastanza coerente.

Quindi sì. Sarò uno di quei vecchietti con i soliti aneddoti ma comunque orgoglioso di quelli che ha. Sperando però che quanto avrò da raccontare non saranno solo memorie lontane, ma anche fresche, esperienze di vita appena vissuta e episodi o eventi che non vedrò l’ora di vivere.

Status, di grazia!

Sono come un cupcake che nel proprio habitat, il forno, lievita ed esplode e sublima in qualcosa di corposo come nient’altro. A differenza dei cupcakes, spero, non verrò mangiato da nessuno, se non dalle zanzare. Ma di sangue ne ho da vendere (da donare mi farebbe sembrare più sensibile ma evito per l’appunto di scriverlo), forse anche troppo. Ed è questo il bello. Sento ogni globulo rosso che passa. Ognuno avverte del suo passaggio come le tacche sulle levette della ruota della fortuna. Vorrei mangiarmi; digrigno i denti perché mi piace masticarmi e assaggiare il sapore di qualcuno che deflagra di colori. E’ questo il mio sapore.

Maturità, parte 1

Ho sempre visto degli azzardi buoni soltanto nei casi in cui servissero a superare le proprie paure.

Prendete il mio rapporto con la scuola e con il me di quegli anni: anni marroni come il fango o il tronco di un albero, anni che sapevano di alcool per pulire e di tic nervosi, anni di verde acceso, arancio e giallo solo da maggio a settembre.

Allora non sapevo chi fossi, o forse lo sapevo ma non ero sicuro di esserne fiero, ed è da quella paura di essere giudicato che si sublimava la mia inadeguatezza a quel mondo.

Se c’è un momento della vita che vorrei giocarmi da capo con le capacità di adesso c’è solo la scuola. Chissenefrega delle opportunità a lavoro ostruite da chi prima comandava ed adesso viene rimproverato su come taglia il prosciutto. Darei molto per tornare indietro e dire: gioco a modo mio.

A volte sono tentato di tentare di recuperare i miei vecchi compiti in classe. Ma non lo faccio per la pura paura di pentirmene: riallacciandomi a sopra, ho aperto questo blog per dare un’inversione di tendenza a quell’abitudine che avevo di partire bene, di esplodere in creatività, per poi schiacchiarmi nel vuoto tipico di chi finisce le idee. Questo era più o meno il mio tipico tema di italiano, fatto di pensieri più o meno astratti che esplodevano come un gavettone appena punto quando la campanella suonava. Quel pizzico di incoerenza che mi ha sempre reso affascinante a chi non capiva che, dietro, c’è un mio limite mentale, si stampava su quel foglio protocollo e mi ricordava che il problema era da qualche parte ed io non potevo farci niente, che quel marrone era impossibile da tinteggiare sopra. Qui proverò a dimostrare di saper dare un senso compiuto a quanto scrivo. Lo faccio per me stesso un po’ come quando ci si sistema le mutande: non danno mica fastidio agli altri, eppure per quanto la gente non se ne accorga, tu te le caveresti a morsi quando non fanno altro che… vabè. Al massimo un occhio esterno può notare il tuo braccio accompagnato dalla spalla che tenta di tutto per vincere il disagio. Idem qui.
Chi ci capiterà sarà chi cercava di trovare su Google temi tipo “intimo scomodo” (vuoi che in Bangladesh un pazzo non tenti una ricerca simile?) o “uomini con volti riflessi su elettrodomestici”.

Al mio esame di maturità arrivai con i capelli rasati per la prima volta dopo 10 anni. Forse mi rendevo conto che allora si cambiava proprio da un giorno all’altro. Erano passati pochissimi giorni da quando mi salutai con i compagni. Eppure, in prima prova, io ero nuovo, galvanizzato dai Mondiali di Calcio e fresco. Non mi importava se quel saggio breve lo temessi. Se ad oggi neanche ricordo di cosa parlassi, forse, significa che di ferite non ne ha proprio lasciate. Fu il 12/15 della votazione finale che un po’ ne lasciò.
Essere giudicato sulle conoscenze è giusto. Essere giudicato artisticamente, a livello creativo, da una scuola che ti insegna le nozioni, non le emozioni, non potevo accettarlo né capirlo in toto.
Volevo stupirLa, Prof, ma mi dia un’altra possibiltà.
Ero come una mosca libera di volare che sbatteva sempre sullo stesso vetro del battente chiuso. E Le giuro, sono come uno scarabocchio in cui dentro troverà qualsiasi tipo di volto o immagine.

Cosa avessi non lo so. Forse una responsabilizzazione nei confronti degli impegni/obblighi mai assimilata fino in fondo sin dai tempi dell’infanzia. Forse una semplice scelta di scuole superiori sbagliata.
Ma, anche se così fosse, prenderne conoscenza non darebbe alibi né cambierebbe il passato.

Odio i ruffiani. Ma con un complimento potrei anche cambiare idea.

L’unico “errore” che attribuirei al modo in cui sono stato cresciuto sono alcune lodi eccessive.

Essermi sentito dire bello e bravo con troppa generosità (ho detto troppa, non gratuita, dico tossendo) possono avermi indisposto al confronto? Allo sforzarmi per raggiungere un obiettivo prima che la vita non me lo imponesse a coppini?
E’ probabile, nonostante rimanga convinto che prenderne atto basti per riparare i danni.
Tanto lo stesso errore lo fanno gli stupidi o chi ama i propri errori, il che fa di loro comunque degli stupidi.