Dimentica

Eravamo in Norvegia e il solito fenomeno stava per ripresentarsi.
Ma prima una premessa:

Ho sempre odiato il DOVER studiare, preferendogli il volerlo o il desiderarlo fare. Da qui l’amore/odio coi libri di scuola si riassumeva fondamentalmente nell’assuefazione a quell’odore di carta plastificata che conteneva sapere, contrapposto all’antipatia del solo dovermeli portare dietro.
Ma in gita era tutta un’altra storia. Piazzami davanti all’opera d’arte/monumento/luogo di interesse e ti divento qualcun’altro. Assetato di conoscenza. Evidentemente la suggestione (più che irrazionale) del poter respirare la stessa aria respirata da chi quei posti li aveva fatti mi rendeva questi sconosciuti immensamente affascinanti. Volevo sapere tutto su quanto mi circondava e raggiungevo livelli di interesse simili a quelli manifestati durante un qualunque episodio dei Simpson.

Al museo Vichingo di Oslo, quindi, mi avvicinavo alle navi per coglierne le venature del legno. Sì, quelle cose così vecchie una volta profumavano di armadio nuovo e vuoto e io ero ancora una volta in quello status metafisico in cui mi emozionavo vedendo cose che occhi antichi, menti ormai decomposte avevano vissuto e toccato.

Di fronte a me vedevo quanto chi sta per morire sembra veda: davanti ai miei occhi passavano fotogrammi di vita, però non mia, in cui quelle barche non si sognavano neanche di finire in un museo, dove l’acqua è solo nei gabinetti o sovrapprezzata nel bar al piano di sopra.

Ma tra l’acqua del mare e il museo c’è una fase tanto cruciale quanto inspiegabile e triste. Dall’utilizzo all’inutilizzo il passo è sempre corto ma netto. Stravolgimenti climatici, sociali e politici avranno sicuramente giocato ruoli importanti. Ma che quelle navi fossero ricoperte di terra, prima di essere ritrovate, ripulite, ristrutturate e esposte, proprio non me lo spiego. È come impazzire e dimenticarsi di avere dei polmoni e smettere di respirare. Non ha senso. 

La questione spaventosa sta soprattutto nel fatto che se un tale oggetto finisce nell’oblio, è perché le persone ad esso collegate lo sono da ancora prima. 

Questo passaggio intermedio è la morte. La dimostrazione che anche gli oggetti possano morire. D’altronde morire significa dimenticarsi. Un morto è talmente… morto, inattivo, che si dimentica di essere stato vivo. E credere che non si muoia veramente finché si è nella memoria di qualcuno è pura retorica. 

L’inutilizzo è la spiegazione visiva dell’inesistenza. Il bello del restauro è che qualcuno la memoria di qualcosa voglia ricostruirla. Ridargli un’utilità. 

Ridargli una Vita. 

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